Brandé

Brandé: ferro e fuoco! Spada e vampa. Guerra e focolare. Brandé è in piemontese sia nome sia verbo e deve forma e significato al mondo germanico da cui proviene. Parola antichissima che affonda le sue radici nel protoindoeuropeo (*bʰrenw), comune origine delle lingue europee, il verbo si sviluppa dal protogermanico (*brinnaną) e da lì alle lingue germaniche (per esempio nel norreno brenna, il tedesco moderno brennen o il nederlandese branden) sempre con significati quali “bruciare”, “ardere”, “consumare con la fiamma”, “purificare con il fuoco” ecc.
Il termine penetra in Italia presumibilmente con i goti (VI sec.), i cui stanziamenti sono in Piemonte però radi, elitari, più che altro di governo e militari. Più profonda e ramificata, più duratura è la permanenza dei longobardi (VI-VIII sec.), anch’essi germani provenienti da quel Nord in cui si parlava norreno, antica lingua delle terre scandinave e dei vichinghi; nei loro nomi compare spesso il sostantivo branda– (come descrive il LEI, Lessico etimologico italiano) con il significato di “spada” (norreno brandr “filo della spada”, oltreché “tizzone ardente” si legge nel dizionario norreno dello Zoega). Lo stesso che ritroviamo nell’antico italiano brando, “spada” appunto, e nel verbo brandire, come pure nel piemontese brandé la spa, “brandire la spada”, e la sua derivazione brandojé, che significa parimenti “muovere, sommuovere”, “brandire”.

Alla spada pare doversi ricondurre il nome stesso di quel Branda de’ Lucioni, o Brandalucioni, milanese, maggiore dell’esercito austriaco che si mise a capo della rivolta antigiacobina e antifrancese, ingrossando di contadini piemontesi le fila di quella che chiamò la Massa cristiana, e arrivando nel 1799 a cacciare i francesi da Torino, come avanguardia del generale dell’esercito austro-russo, Sovurov. Ma poiché, la sua Massa cristiana si era andata formando con rivoltosi perlopiù provenienti dal contado, ma anche con bande di briganti, la propaganda filofrancese prese a definire branda gli oppositori armati, e da qui la stessa propaganda antifrancese, la libellistica, fino a che branda assunse il senso di “raccontare, spargere frottole”.

Con le poche spade ormai in circolazione, il significato più comunemente utilizzato oggigiorno è quello legato all’area semantica del fuoco, del focolare domestico. Brandé verbo, significa infatti anche “ardere, attizzare” (fé brandé la stüva per es., o fé brandé ‘l fö).
Brandé, nome omofono, significa “attizzatoio, alare” (parte del quale è la testa ‘d brandé, “testa dell’alare” di cui s’investe come epiteto anche chi non dimostra particolare acutezza, intelligenza, una “testa di ferro” insomma). Brandé, nome, è quindi quel fornimento da camino che si presta a varie funzioni: dotato di longaroni e rialzato sulla brace come un graticcio, per cuocere o tenere in caldo le vivande; oppure più basso, detto anche “capitone”, su cui poggia la legna nel camino facilitandone i movimenti per vivificare e animare la vampa. Questo secondo uso, con il particolare senso di ridare vigore, di apparato volto ad accudire al fuoco è il valore colto da quel gruppo di scrittori e intellettuali che dal 1927 si radunò attorno allo studioso di cose piemontesi e poeta Pinin Pacòt, dando vita alla Companìa dij Brandé e all’omonimo periodico letterario («Ij Brandé») volto alla salvaguardia, produzione e raccolta, divulgazione della cultura piemontese. Ma c’è qualcos’altro che brucia, in gola, quando scende e scalda il cuore: la grappa, che in piemontese si chiama appunto branda. Nome che si confronta con il francese brandy, deriva anch’esso da una forma germanica più tarda, probabilmente penetrato dal francone brantwein (attestato nel nederlandese brantwein come nel tedesco branntwein per “liquore” e nello stesso piemontese di cui permane brandven, una forma arcaica), ancora sempre connesso con il fuoco che arde, brucia, che scalda – fornendo una possibile interpretazione di vino che brucia –, o collegato all’azione stessa di portare a ebollizione, che costruirebbe il significato in modo più complesso di un semplice attributo, come “vino fatto bollire”, “vino cotto”, “vino distillato”, ma pur sempre ün cichet ëd branda.

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