Piemunteis.it » La parola del mese » Cerea
Tra le tante tipicità della lingua piemontese cerea merita sicuramente un posto d’onore. Saluto convenzionale che esprime rispetto nel commiato, cerea può essere usato autonomamente (quante volte ci si sarà sentiti salutare con un cerea ne’!), ma lo si può sentire composto in un bundì cerea. Comunque sia, cerea, comune nell’uso, resta di difficile ricostruzione per spiegare da dove arriva, serbando origini un po’ oscure o quantomeno articolate.
Partire dal dizionario Gribaud significa avere a disposizione tanto una spiegazione che si considera ormai relegata alla fantasia della leggenda – l’etimo che la vorrebbe derivare dal greco kero, “rallegrarsi” – quanto una che il recente Repertorio etimologico piemontese rifiuta – quella che la vorrebbe collegata alla parola msé, “suocero”. Significa quindi partire dalle due etimologie rifiutate per scoprire quale possa essere la sua vera origine.
Carla Torre Navone, nel suo Curiosità torinesi (Torino, 1988), narra di Ambrogio Olerio, istitutore di Carlo Emanuele I, che per darsi un tono prese a salutare “le persone di conoscenza, sia a Palazzo Reale che nelle vie di Torino, con un altisonante «Chere!» (parola greca che corrisponde al «Salve» dei romani)”. Le successive alterazioni avrebbero condotto all’odierno cerea in modo piuttosto lineare. Però, basta sfogliare i dizionari dal Settecento a oggi per rendersi conto che sarebbe troppo facile ricondurre tutto a un semplice aneddoto.
Le prime attestazioni che risalgono al vocabolario del medico Pipino (1783) riportano una duplice forma, in cui a fianco a cerea si poteva pronunciare la forma cereja, ma soprattutto le varianti serea, e dserea che si presentano problematiche per quella s- iniziale. Problematica, ma che almeno fa facilmente rifiutare l’altra ricostruzione data dal celebre linguista Gerhard Rohlfs che tanta energia profuse nello studio dei dialetti italiani (la sua Grammatica storica dei dialetti italiani continua a essere un vangelo per dialettologi e linguisti). Rohlfs intese infatti che cerea derivasse da un saluto come “buongiorno a vostra messeria”, dove in “messeria” è possibile rinvenire la forma piemontese di msé, “suocero”, come si proponeva più sopra.
Affianco alla problematica duplicità delle forme attestate sin dal Settecento – cerea, cereja / serea, dserea – però, tanto il Pipino quanto poi Casimiro Zalli (1815) e Vittorio di Sant’Albino (nel 1859) nei loro dizionari riportano la spiegazione del saluto, glossando cerea con il significato di “buongiorno a Vostra Signoria”. Ed è questa espressione a cominciare a gettare qualche luce, perché da questa formula di rispettoso saluto prenderebbero le mosse le successive alterazioni che riguardano la parola signoria, a partire dal latino senioriam – come spiega il vocabolario Treccani – trasformatasi nei secoli in un’iniziale serea.
Contemporaneamente, a partire dal Settecento, compare e si diffonde abbastanza rapidamente nelle regioni del Nord Italia un saluto reverenziale che proviene dal latino sclavum “schiavo”, s-ciao nell’originale veneto “schiavo (vostro)”, la cui forma perde la s- iniziale per divenire il saluto con cui quotidianamente incontriamo o ci accomiatiamo da amici e conoscenti ai quali possiamo rivolgerci in modo informale, colloquiale. La diffusione di ciao, dapprima lungo tutto l’asse settentrionale, non soltanto si impose come saluto sempre meno reverenziale e sempre più confidenziale, ma al contempo impose la sonorità della c- iniziale che finì per trasformare per analogia quel serea nell’odierno cerea.
E questa è a oggi la versione più accreditata di come cerea debba intendersi, un poco più approfondita della semplice contrazione di una antica forma di signoria che però lasciava in sospeso il motivo della trasformazione di quella s- settecentesca nella c- che pronunciamo oggi senza preoccuparci dei retroscena.
Cerea è poi anche il nome di una erba aromatica molto diffusa, la Santoreggia (Satureja hortensis e montana) usata per insaporire condimenti e nella preparazione di liquori e vini aromatizzati. La Santoreggia, presente sulle Alpi e lungo tutto il bacino mediterraneo ha prodotto in francese il nome sariette, da cui deriva il piemontese sarjëtta, che, come cerea, rimanda ancora sempre alla stessa pianta aromatica. Aggiungetela anche solo alla minestra e profumerà l’intera casa.
Infine, come dimenticare la Reale Società Canottieri Cerea, uno dei primissimi club remieri fondati in Italia che cercò proprio nel saluto più tipico torinese e piemontese il suo nome, nel 1863. Cofondatrice nel 1888 della Federazione Italiana di Canottaggio, detiene oggi il primato europeo di canottaggio e ha la sua sede nello storico chalet che non abbandona da 140 anni, da quando cioè alla vecchia tettoia del barcaiolo di Casa Reale venne sostituito lo chalet ora aperto in visita anche al pubblico. Vinte le tradizioni, dal 2013 ha finalmente aperto le iscrizioni anche al settore femminile.
Cerea a tüti, ne’!
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