Masca

Se c’è una figura che si è affacciata almeno una volta ai sogni di un bambino, questa è la “masca”. Strega, fattucchiera, megera dotata di poteri magici e protagonista di molti racconti popolari, sempre in bilico tra l’atto malvagio e il capriccioso dispetto.

La masca è una figura antica il cui nome si perde nella notte dei tempi. Se è infatti sicuro che il termine sia presente già sin nel latino, non è però affatto sicuro che la sua origine sia indoeuropea, e come dunque fino al latino sia giunto.

Le teorie etimologiche dipendono quindi da questa incertezza di fondo. Potrebbe derivare sì dalla forma arcaica di protoindoeuropeo *mezgw fino al germanico *maska (“maschera”) e di qui al piemontese attraverso i longobardi. Ma potrebbe altrettanto verosimilmente provenire da una forma preindoeuropea, che più direttamente recava in sé il significato di “scuro”. Accolto dal latino mascam e diffusosi con il significato di “figura demoniaca nera” e poi “maga, strega” proprio nei territori occitani, piemontesi e liguri, attraverso l’antico francese mascurer (“scurirsi, annerirsi la faccia”… non vien subito da pensare a quel prodotto usato quotidianamente da tante donne, il “mascara”?).

Alla “masca” si comincia a dar forma giuridica sin dall’Editto di Rotari (643 d.C.) col significato definitorio di strega: Si quis eam strigam, quod est Masca, clamaverit (“Se la chiamano strega è perché è una masca”) giungendo anche in italiano fino a noi con l’aggettivo mascagno, dal significato di “furbo, astuto, malizioso”. “Strega” rimarrà l’attributo di questa fattucchiera sempre in bilico tra l’essere maligno e la befana capricciosa e dispettosa, per una credenza meno malevola di quella che sino al Cinquecento portò al rogo diverse donne con l’accusa appunto di essere masche, streghe. Come capitò a Micillina, arsa sul rogo il 29 luglio del 1544 su un poggio del Roero dove ancora oggi esiste un Bric dla masca Micillina a ricordare la sventurata, o prima di lei le tre donne bruciate nel 1472 a Forno Rivara, o nel 1474 a Prà Quazzoglio, nel Canavese e le innumerevoli altre finite sotto il cupo sguardo dell’Inquisizione. La realtà era molto diversa dalla credenza che le masche potessero non solo volare, sparire e ricomparire dove desiderassero, ma anche essere immortali. Immortalità bizzarra però, soggetta alla malattia e all’invecchiamento, cosicché una masca risultasse giovane soltanto se in giovane donna si trasformava per apparire ai malcapitati. Del resto però, la masca, seppur figura maligna e demoniaca, rimane una donna del popolo, che frequenta la messa e riceve come tutti i sacramenti; anche se poi si crede possa maledire i bambini, provocare danni a persone o cose – specie i raccolti – determinare il clima.

Chi pensa che masca derivi da una più distante fonte araba, masakha, che significa “trasformare in animale”, giustifica almeno in parte la comune caratteristica delle masche di trasformarsi in mosconi, vipere, o in gatto, l’animale prediletto dal demonio. Come la Splorcia della val d’Ossola, che si presentava come un piccolo mostro dal muso di maiale, ali da pipistrello e zampe di rospo, una sorta di ornitorinco nostrano.

L’ineffabile masca delle credenze popolari ha assunto forme e modi diversi a seconda delle aree – Langhe e Roero, Monferrato, Valli di Lanzo o Canavese, valli del Cuneese o l’Alessandrino ecc. – sempre inafferrabile nei suoi voli notturni finì tragicamente per diventare l’attributo di donne molto più realmente perseguitate, incarcerate, torturate e assassinate sul rogo in nome della superstizione e del pregiudizio.

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